Ormai è passata quasi una settimana e, a freddo, abbozzo anche io un’analisi del voto, con conseguenti riflessioni sul Partito.
Premetto che non sarà facile, né l’analisi in sé, né organizzare un pensiero organico, poiché le cose da dire sono tante e riguardano una miriade di aspetti diversi.
Partiamo da quello più vasto, l’Europa, la tanto discussa e richiamata Europa, fonte ed esempio di civiltà, moralità e buongoverno. L’analisi del voto europeo, a differenza di quello nostrano, è semplice e lineare. Le forze conservatrici (schierate con la reazione, si sarebbe detto una volta) vincono, la sinistra (socialista, socialdemocratica, laburista che sia) perde, e anche pesantemente. Perde perché chiusa in se stessa. Perde perché incapace di capire e interpretare la società. Perde perché inadeguata, agli occhi della gente, a governare un mondo in cui imperversa una grave crisi economica. È il paradosso della storia che si ripete. Dopo la crisi del ’29 gli Stati Uniti risposero con il New Deal e una straordinaria stagione di riforme improntate al progresso, l’Europa rispose o con il totalitarismo o, nei casi più fortunati, con governi fortemente conservatori. È il paradosso di un’idea e di un sistema di pensiero che quando si trova di fronte alla prova dei fatti, alla fallacità dell' anarchia del capitale, non ha la forza di imporsi, di farsi capire, di raccogliere consenso.
E forse non è un caso, restringendo il campo al Belpaese, che l’unico Partito del progressismo europeo a raccogliere percentuali non proprio imbarazzanti, è proprio il Pd. Parliamoci chiaro: noi siamo gli unici che, complice anche una particolare e articolata storia, siamo andati oltre i limiti delle ideologie del ‘900, siamo stati i primi a coglierne i limiti e le inadeguatezze, pur scontando con sofferenza passaggi difficili, lasciandoci alle spalle il romanticismo e guardando in faccia il futuro. Ma tutto ciò, evidentemente, non è sufficiente. Non è sufficiente perché se una parte del passato la teniamo solo dentro di noi, un’altra parte non la possiamo certo buttare. L’idea dell’apertura può essere seminata e raccolta se accompagnata dalla militanza porta a porta (senza maiuscole e senza vespa), dalla presenza sul territorio, dalla formazione e dall’informazione.
Non studio scienze politiche, ma dopo qualche anno di militanza penso di poter affermare che le componenti che influenzano l’elettorato sono molteplici. Se da una parte si guarda al cosiddetto voto d’opinione (che ci ha mandato un messaggio preferendo l’astensione, IDV o Radicali) dall’altra conta, e non poco, ciò che concretamente si fa per la “quotidianità egoistica” delle persone.
Per quanto riguarda il primo aspetto c’è poco da dire. Se il Pd dicesse quello che deve dire, e si ponesse come si deve porre, i vari Di Pietro, Grillo, Bonino ecc non avrebbero ragione di esistere. Se dopo Mills chiedessimo ufficialmente le dimissioni del Governo ed in commissione evitassimo di sostituire Ignazio Marino con una teodem, forse le cose potrebbero andare diversamente. Ecco perché non vedo di buon occhio la chiacchierata alleanza con l’Udc. Non in sé e a prescindere (parliamoci chiaro, ho votato una coalizione dove c’era Mastella, ne posso votare una dove c’è Tabacci), ma perché, oggi come oggi, significherebbe andare nella direzione opposta, andare verso qualcuno che candida i mafiosi ed ha idee arretrate in materia di diritti civili.
Per quel che riguarda il territorio il discorso è un po’ più complesso (e veniamo anche al terzo, livello, quello romano).
Noi siamo un Partito che formalmente sul territorio c’è. È ramificato, ha a disposizione molti circoli e militanti, ha ancora (spero non ancora per poco) nel DNA l’idea del dibattito, del volantinaggio, dell’attacchinaggio a tarda ora. Solo che il tutto è lasciato alla solitudine dei militanti e dei circoli. Il materiale dobbiamo farcelo da soli sia a livello intellettivo che materiale. Non che mi dispiaccia per carità, ma credevo che i circoli non fossero associazioni di quartiere. Così come credevo tante altre cose. Per esempio che un partito come il nostro non dovrebbe scervellarsi (in una sua parte) per nominare qualcuno all’Acea e incazzarsi e scandalizzarsi (in un’altra sua parte) perché quella nomina è diversa dal previsto. Credo che una vera opposizione (che in Campidoglio è palesemente assente) debba denunciare ad alta voce il fatto che siano i Partiti a decidere i posti delle aziende municipalizzate. Perché questo fa schifo. Punto. Ed è un miracolo che oggi, nonostante l’assenza totale di opposizione alla giunta Alemanno, il centrodestra sia in netta minoranza. E comunque è evidente che a Roma il Pd va male (e non regge per merito di epici eroi achei). Va male perché non si possono perdere oltre 287 mila voti pari al 41 per cento degli elettori che ci avevano sostenuto alla Camera l’anno scorso. Ed è un po’ squallido e anche politicamente stupido richiamare un altro dato, quello delle comunali. Perché, come mi insegnano i miei amici scienziati politici, ma come è evidente anche senza approfonditi studi di politologia, alle Comunali esistono le liste civiche, e l’anno scorso ce n’erano addirittura tre. E, da sempre, i voti delle civiche provengono in gran parte dai partiti maggiori. Mi piacerebbe che per rilanciare l’opposizione i nostri dirigenti locali si girassero palmo a palmo la città. Che gli eletti alla Provincia tornassero nei territori dove sono stati catapultati ed eletti, e dove non sono stati più visti. Che si girassero i mercati, le scuole, le fabbriche, i luoghi di lavoro.
Inutile dirlo. Il tutto passa per un rinnovamento, non necessariamente anagrafico, della classe dirigente, locale e nazionale. Senza extremae rationes, sofferenze e quant’altro.