lunedì 29 giugno 2009

Un urlo che tace -Intro-

"La musica esprime ciò che non può essere detto e su cui è impossibile rimanere in silenzio."

Victor Hugo


Così diceva Hugo. E così effettivamente è. A tutti è capitato un momento, o forse anche più di uno, in cui solo nelle note e nelle parole di una canzone si riesce a trovare conforto, sostegno, comprensione.

Ripercorrerò quindi i vari momenti di approccio e di scoperta della musica, dall’inizio. Con cose forse un po’ vergognose, ma tanti tanti ricordi.


La canzone può aprirti il cuore
con la ragione o col sentimento
fatta di pane, vino, sudore
lunga una vita, lunga un momento.
Si può cantare a voce sguaiata
quando sei in branco, per allegria
o la sussurri appena accennata
se ti circonda la malinconia
e ti ricorda quel canto muto
la donna che ha fatto innamorare
le vite che tu non hai vissuto
e quella che tu vuoi dimenticare.

martedì 23 giugno 2009

Stanze di vita quotidiana (ovvero: un episodio del Signor Z.)

Ci sono alcune attività, alcuni mestieri che ti tengono lontano dalla gente, chiuso in una stanza, isolato. Quello che mi è sempre piaciuto del lavoro ai seggi è invece la possibilità di venire in contatto con tantissime persone, le più diverse, ed è sempre un'ottima occasione per restare piacevolmente sorpresi dalla vita. Metti un po' di ragazzi annoiati, affamati e assetati dai lunghi turni al seggio in un'elezione, come il referendum, non proprio partecipatissima.

Entra il Signor Z., classe 1920, vota con la sua consorte, scambia quattro chiacchiere con noi e saluta una componente del seggio sua condomine. E' evidentemente un po' acciaccato, ma la testa funziona bene, e si vede.
Passa un'oretta e il Signor Z. torna con una bottiglia di tè freddo e una di succo di pera per quei poveri ragazzi annoiati.
La mia commozione stava già condensandosi in lacrime. Scopro poi che il Signor Z. è solito portare una rosa alla persona cui ha giurato di essere fedele sempre, in salute ed in malattia. E il mio pensiero va a quei (troppi) matrimoni dei nostri tempi che finiscono in tribunale, a contendersi una macchina, una casa o addirittura la pelle di un bambino.

Forse erano altri tempi. Forse la sofferenza di certi periodi bui della nostra Storia ha rafforzato così tanto determinati legami. Non lo so, e non voglio scendere nel patetico. Ma almeno un minimo di commozione credo sia un diritto.

sabato 13 giugno 2009

calde riflessioni a freddo

Ormai è passata quasi una settimana e, a freddo, abbozzo anche io un’analisi del voto, con conseguenti riflessioni sul Partito.
Premetto che non sarà facile, né l’analisi in sé, né organizzare un pensiero organico, poiché le cose da dire sono tante e riguardano una miriade di aspetti diversi.

Partiamo da quello più vasto, l’Europa, la tanto discussa e richiamata Europa, fonte ed esempio di civiltà, moralità e buongoverno. L’analisi del voto europeo, a differenza di quello nostrano, è semplice e lineare. Le forze conservatrici (schierate con la reazione, si sarebbe detto una volta) vincono, la sinistra (socialista, socialdemocratica, laburista che sia) perde, e anche pesantemente. Perde perché chiusa in se stessa. Perde perché incapace di capire e interpretare la società. Perde perché inadeguata, agli occhi della gente, a governare un mondo in cui imperversa una grave crisi economica. È il paradosso della storia che si ripete. Dopo la crisi del ’29 gli Stati Uniti risposero con il New Deal e una straordinaria stagione di riforme improntate al progresso, l’Europa rispose o con il totalitarismo o, nei casi più fortunati, con governi fortemente conservatori. È il paradosso di un’idea e di un sistema di pensiero che quando si trova di fronte alla prova dei fatti, alla fallacità dell' anarchia del capitale, non ha la forza di imporsi, di farsi capire, di raccogliere consenso.

E forse non è un caso, restringendo il campo al Belpaese, che l’unico Partito del progressismo europeo a raccogliere percentuali non proprio imbarazzanti, è proprio il Pd. Parliamoci chiaro: noi siamo gli unici che, complice anche una particolare e articolata storia, siamo andati oltre i limiti delle ideologie del ‘900, siamo stati i primi a coglierne i limiti e le inadeguatezze, pur scontando con sofferenza passaggi difficili, lasciandoci alle spalle il romanticismo e guardando in faccia il futuro. Ma tutto ciò, evidentemente, non è sufficiente. Non è sufficiente perché se una parte del passato la teniamo solo dentro di noi, un’altra parte non la possiamo certo buttare. L’idea dell’apertura può essere seminata e raccolta se accompagnata dalla militanza porta a porta (senza maiuscole e senza vespa), dalla presenza sul territorio, dalla formazione e dall’informazione.
Non studio scienze politiche, ma dopo qualche anno di militanza penso di poter affermare che le componenti che influenzano l’elettorato sono molteplici. Se da una parte si guarda al cosiddetto voto d’opinione (che ci ha mandato un messaggio preferendo l’astensione, IDV o Radicali) dall’altra conta, e non poco, ciò che concretamente si fa per la “quotidianità egoistica” delle persone.

Per quanto riguarda il primo aspetto c’è poco da dire. Se il Pd dicesse quello che deve dire, e si ponesse come si deve porre, i vari Di Pietro, Grillo, Bonino ecc non avrebbero ragione di esistere. Se dopo Mills chiedessimo ufficialmente le dimissioni del Governo ed in commissione evitassimo di sostituire Ignazio Marino con una teodem, forse le cose potrebbero andare diversamente. Ecco perché non vedo di buon occhio la chiacchierata alleanza con l’Udc. Non in sé e a prescindere (parliamoci chiaro, ho votato una coalizione dove c’era Mastella, ne posso votare una dove c’è Tabacci), ma perché, oggi come oggi, significherebbe andare nella direzione opposta, andare verso qualcuno che candida i mafiosi ed ha idee arretrate in materia di diritti civili.

Per quel che riguarda il territorio il discorso è un po’ più complesso (e veniamo anche al terzo, livello, quello romano).
Noi siamo un Partito che formalmente sul territorio c’è. È ramificato, ha a disposizione molti circoli e militanti, ha ancora (spero non ancora per poco) nel DNA l’idea del dibattito, del volantinaggio, dell’attacchinaggio a tarda ora. Solo che il tutto è lasciato alla solitudine dei militanti e dei circoli. Il materiale dobbiamo farcelo da soli sia a livello intellettivo che materiale. Non che mi dispiaccia per carità, ma credevo che i circoli non fossero associazioni di quartiere. Così come credevo tante altre cose. Per esempio che un partito come il nostro non dovrebbe scervellarsi (in una sua parte) per nominare qualcuno all’Acea e incazzarsi e scandalizzarsi (in un’altra sua parte) perché quella nomina è diversa dal previsto. Credo che una vera opposizione (che in Campidoglio è palesemente assente) debba denunciare ad alta voce il fatto che siano i Partiti a decidere i posti delle aziende municipalizzate. Perché questo fa schifo. Punto. Ed è un miracolo che oggi, nonostante l’assenza totale di opposizione alla giunta Alemanno, il centrodestra sia in netta minoranza. E comunque è evidente che a Roma il Pd va male (e non regge per merito di epici eroi achei). Va male perché non si possono perdere oltre 287 mila voti pari al 41 per cento degli elettori che ci avevano sostenuto alla Camera l’anno scorso. Ed è un po’ squallido e anche politicamente stupido richiamare un altro dato, quello delle comunali. Perché, come mi insegnano i miei amici scienziati politici, ma come è evidente anche senza approfonditi studi di politologia, alle Comunali esistono le liste civiche, e l’anno scorso ce n’erano addirittura tre. E, da sempre, i voti delle civiche provengono in gran parte dai partiti maggiori. Mi piacerebbe che per rilanciare l’opposizione i nostri dirigenti locali si girassero palmo a palmo la città. Che gli eletti alla Provincia tornassero nei territori dove sono stati catapultati ed eletti, e dove non sono stati più visti. Che si girassero i mercati, le scuole, le fabbriche, i luoghi di lavoro.

Inutile dirlo. Il tutto passa per un rinnovamento, non necessariamente anagrafico, della classe dirigente, locale e nazionale. Senza extremae rationes, sofferenze e quant’altro.

giovedì 11 giugno 2009

In memoria di lacrime non versate

Avrò avuto si e no dieci anni. In tv, non so quale programma, mandava delle immagini. Immagini non di ottima qualità, c’era un signore esile, minuto che teneva un comizio in una piazza affollata.

Era una situazione un po’ strana, perché quella folla inizialmente coinvolta e appassionata a un tratto implorava a quel signore di smettere, gli chiedeva di fermarsi. E intanto quelle immagini raccontavano di una persona visibilmente sofferente e in difficoltà, quasi inadatta a quel ruolo. Gli occhi di mia madre si fecero lucidi.

Qualche tempo dopo riconobbi quella stessa figura sulla copertina di una videocassetta, a casa di mia nonna. E quasi meccanicamente inserii quella cassetta nel videoregistratore e vidi il filmato. Era un documentario de “l’Unità” sulla scomparsa di Enrico Berlinguer. C’erano quelle immagini terribili, angoscianti e commuoventi del comizio di Padova, tenuto da un uomo visibilmente provato da anni di durissimo lavoro, dallo stress, dalla fatica; c’era la folla sotto Botteghe Oscure, c’era quell’oceano di bandiere rosse a Piazza San Giovanni. Il tutto condito dai racconti di mia nonna che molti di quei signori intervistati li aveva conosciuti di persona. All’epoca non sapevo nulla dello strappo, del compromesso storico, della questione morale o dell’alternativa democratica. Ma non ci voleva molto per capire che quell’uomo aveva fatto qualcosa di grande. Oggi, più di dieci anni dopo, posso dire che gli insegnamenti di Enrico condizionano perennemente il mio agire quotidiano, la mia attività politica ma non solo quella. Ma oltre l’onestà, l’intelligenza, la coerenza del politico Berlinguer, già da quella prima volta, in televisione, mi era bastato vedere un uomo con il cervello invaso di sangue (come mia madre mi informò) portare avanti un comizio fino all’ultima parola, all’ultimo istante, all’ultimo applauso. Quella era la sua missione. Della politica certo, ma soprattutto della diffusione di ideali che hanno condizionato la sua vita e continuano a condizionare la nostra, da sempre e per sempre.

Come si diceva una volta: veniamo da lontano e andiamo lontano.



C'è sempre un inizio

di blog ne ho avuto uno..a lungo..ora è li sospeso tra i vari spaces di windows..ne avevo aperto un altro qui ma è naufragato dopo poco

ora ho di nuovo voglia di scrivere, di comunicare, di condividere

chissà quanto durerà